“Uno
schermo protettore”
Mussolini, il
Fascismo e gli Ebrei
Fortunatamente
per un Giorgio Fabre, che in un recente libro ha
avanzato l’ipotesi di un Mussolini razzista sin dai
tempi della militanza socialista, c’è una schiera di studiosi che contestano la
fondatezza di affermazioni di questa gravità. Uno di loro, Giorgio Israel, si
spinge anzi ad insinuare che il Fabre giungerebbe a
selezionare i documenti “forse nell’intento di costruire una storiografia
antifascista militante” e di avallare una “tesi surrettiziamente stabilita a
priori”. Noi senza dover scomodare l’autorità di Gorge Mosse, che ha negato un
fatto del genere, ci limitiamo a registrare che l’accusa ha fatto ribellare
Sergio Luzzato e Giovanni Belardelli
che non sono certo sospettabili di simpatie fasciste, facendo sì che
assumessero atteggiamenti fortemente critici anche
sulla stampa.
Ma
lasciamo stare Fabre al suo “accanimento
storiografico”, nel quale dimostra, secondo Luca Leonello Rimbotti,
di “avere molto tempo da perdere”, e veniamo a Filippo Giannini
e al suo libro “Uno schermo protettore” (Nuove Idee, Roma, 2006). Premettiamo
trattasi non di un accademico, ma di un architetto appassionato di storia,
sicché il suo sforzo è ancora più lodevole. Nel suo lavoro egli applica quello
che Franco Romano su “Linea” del 31 ottobre
Alquanto
curioso è il titolo virgolettato, che riprende una frase inserita nell’opera “Il
Nazismo e lo sterminio degli ebrei” di Léon Poliakov. L’espressione dello scrittore ebreo viene adottata da Giannini, perché
serve a sottolineare la diversità di comportamento osservato rispetto ai
tedeschi e agli altri governi dell’Asse da parte delle autorità italiane, le
quali “appena giunte nei luoghi di loro giurisdizione, annullavano le
disposizioni decretate contro gli ebrei”. Il libro vuol dimostrare con una
messe di documenti riprodotti in copia ciò che solo la faziosità imperante
impedisce ancora di riconoscere: la sua tesi di fondo infatti
è che il capo del fascismo non fu un fanatico persecutore di ebrei. Anzi,
assumendo la carica di Ministro degli Esteri nel corso del conflitto, egli
riuscì a dirigere meglio le attività delle delegazioni anche nei territori controllate
dai tedeschi o dai satelliti di Berlino. I suoi incaricati rischiarono
ovviamente di brutto per proteggere ebrei italiani e stranieri dalle
persecuzioni, ma spesso ce la fecero in barba a tutte le proteste diplomatiche.
In qualche caso il duce intervenne personalmente, come riconobbe l’antifascista
Luciana Frassati a proposito della salvezza di 103
professori ebrei arrestati il 6 novembre
In
realtà, l’antisemitismo, che più correttamente dovrebbe definirsi antigiudaismo
perché sono semiti anche popoli diversi, fu elemento costitutivo della sola
ideologia hitleriana tanto da non figurare neppure alla voce “Dottrina del
Fascismo” pubblicata nell’Enciclopedia Italiana del 1932. Le sue prime
apparizioni in forma più o meno ufficiale vanno registrate da noi solo da un
certo momento storico in poi. I baresi ancora ricordano il discorso del duce in
Piazza Prefettura del 6 settembre del ’34, relativo ai “trenta secoli di storia
che ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di oltr’Alpe, sostenute da progenie di gente che ignorava la
scrittura nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio, Augusto”. E allora chi
e che cosa spinsero il regime a sposare ufficialmente teorie tanto estranee al
Dna del popolo italiano, anche se poi l’applicazione ne veniva
ostacolata sottobanco? La circostanza può apparire a prima vista inspiegabile
specie se si pensa che persino il Fabre, sia pure con
scarsa coerenza rispetto ai suoi stessi assunti, riconosce in Mussolini “equilibrio” e “toni cauti” nel momento in cui
tutti attaccavano l’ebraismo sovietico nel 1917. Il famigerato “Manifesto” e la
successiva delibera del Gran Consiglio del luglio ’38, secondo Giannini il quale segue in ciò l’orientamento di Renzo De
Felice, furono una conseguenza del progressivo allineamento alla
Germania nazista, unica ad aver solidarizzato con l’Italia all’atto
delle sanzioni economiche. Del resto, il fascismo era finito nel mirino del
mondo economico da quando Mussolini
aveva affermato che esso rappresentava “l’antitesi netta, categorica,
definitiva della democrazia, della plutocrazia e della massoneria” Contrapporre
“la civiltà del lavoro a quella del denaro”, per usare un’espressione di Berto
Ricci, significava inimicarsi chi nel mondo aveva una concezione mercantile
della vita. Alla fine ci si mise pure la politica inglese che, come ammise lo
stesso Churchill, finì per forzare Mussolini a schierarsi con
All’indomani
della proclamazione dell’Impero, erano state le esigenze di evitare il meticciato a determinare una politica di difesa della “stirpe
italica”. L’ebraismo non c’entrava affatto. Era seguita finanche la ricerca,
che Giannini ben documenta,
di una colonia dove ospitare i falascià eritrei, ma
il tentativo fu fatto fallire dagli inglesi cui può attribuirsi un
atteggiamento contraddittorio relativo agli ebrei persino durante la guerra
mondiale.
(Da “Meridiano
Sud”)
Su Mussolini
antisemita o non antisemita si sono fatti infiniti vaniloqui, formulati
filosofemi d’ogni specie, costruite le più compiaciute astruserie. Giorgio Fabre ci si è spremuto in un intero libro per convincere la
gente che Mussolini è stato sempre antisemita. Il
giornalista Giovanni Belardelli lo ha rimbeccato: no,
Mussolini diventò razzista solo dopo la campagna etiopica. Dilettevoli divagazioni.
Più serio è lo scrittore ebreo Giorgio Israel, secondo il quale è bene,
appunto, piantarla con queste
dispute a perdere. La realtà è che Mussolini, vedendo
con favore, per precise ragioni di politica mediterranea, uno Stato d’Israele
(nel 1934, durante un colloquio, a Palazzo Venezia, con Chaim
Weizmann, lo aveva incoraggiato: “Continuate,
continuate”), dopo il maledetto errore delle cosiddette “leggi razziali”,
peraltro prive di incisività, si oppose alla politica antiebraica hitleriana,
tacciandola di barbarie.
Adesso non varrebbe nemmeno la pena di ricordare che tre anni fa il signor
Pacifici della Comunità ebraica di Roma, sproloquiando affermò
che “Mussolini faceva parte della macchina per la
<soluzione finale>”. Proprio su questo giornale lo informammo che Mussolini aveva dato l’ordine categorico di “salvare quanti
più ebrei era possibile” e che lo scrittore Menachem Shelach su tale argomento si era impegnato seriamente affermando: “Non vi sono dubbi che
l’Italia, alleata della Germania nazista, si oppose
alla politica di sterminio degli ebrei”. Il signor Pacifici - scrivemmo
allora - dovrebbe leggersi almeno i libri dei suoi correligionari. E adesso
sarebbe bene che si leggesse anche “Uno schermo protettore” di Filippo Giannini.
Con questo libro, edito da “Nuove idee”, Giannini
conclude una importante collana di quattro volumi
dedicata a Mussolini “uomo della pace”, riassumendo
in una lucidissima sintesi l’intero controverso argomento degli ebrei. Prima
che il volume arrivasse in libreria gli avevamo chiesto: “Perché <Schermo
protettore>”? “E’ una locuzione usata dallo storico ebreo Léon Poliakov per indicare gli
Italiani che durante l’ultima guerra proteggevano gli ebrei sottraendoli ai
rastrellamenti dei tedeschi”. “Quale è il centro focale della trattazione?”.
“La documentazione. Una buona parte del volume è costituita da documenti, molti
dei quali inediti”.
Vero. Duecentonovanta
densissime pagine che sono il risultato di anni di ricerche e di interviste
anche nell’ambiente ebraico. Un prodotto tipico di quello che potremmo definire
addirittura “il metodo Giannini”: una fitta,
insistita, caparbia, instancabile e incontrovertibile sequenza di citazioni e
di testimonianze realizzata da un appassionato architetto e scrittore che porta
nei suoi libri la chiarezza concettuale, la solidità dell’impianto e la logica
concatenazione strutturale tratte dalla sua prima professione.
Il numero dei personaggi che si affacciano dalle pagine del libro è notevole.
Vi troviamo, naturalmente i tre benemeriti salvatori di ebrei: Giovanni Palatucci, Giorgio Perlasca e
Guelfo Zamboni. Palatucci,
Questore di Fiume durante
Insieme a questi “benemeriti” troviamo nel libro gli
ebrei fedelissimi, Ettore Ovazza, Alberto Liuzzi, Medaglia d’Oro della guerra di Spagna, Caduto in
combattimento alla testa delle sue “banderas”, e poi
il simpatico, estroso, umanissimo editore Angelo Fortunato Formiggini
che entrava nelle case degli Italiani scodellando “collane” originali,
divertenti e istruttive con le quali invitava giocosamente ad amare il libro.
Uno dei fili conduttori della trattazione è la profonda differenza fra l’ideologia
nazionalsocialista e quella fascista. La filosofia hitleriana si fondava sul
misticismo dell’arianesimo a noi del tutto estraneo. Ma più interessante ancora
è la ricca messe di testimonianze ebraiche non solo nei confronti della
questione che li riguarda, ma anche in merito al Fascismo stesso. Sentite
l’ebreo Zeev Sternhell,
docente di Scienze politiche all’Università di Gerusalemme: “Il Fascismo fu una
dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare
soluzioni originali ad alcune grandi questioni che dominarono i primi anni del
secolo… L’attrazione esercitata dal Fascismo su eminenti uomini della cultura
europea è determinata dal fatto che molti vi trovarono la soluzione dei
problemi relativi al destino della civiltà occidentale. Ed ecco, infine, la
messianica dichiarazione dell’ebreo Richard Arwey: “Quando il Giorno del Giudizio arriverà e i Libri
del Tempo verranno prodotti, allora saremo obbligati a
presentarci al tribunale con l’innegabile testimonianza che anche nel più
tragico periodo della storia recente il popolo italiano portò alto, con
fermezza e fierezza, il vessillo d’oro dell’umanità”.
Fra i non citati c’è Leo Valiani. Ma non è certo
dimenticanza, quanto, piuttosto, una deliberata omissione, trattandosi di una delle
figure più negative fra quelle che ci sono capitate davanti. L’ebreo Weiczen, che si era italianizzato il cognome in Valiani, era un comunista che per motivi di utilità
politica si trasformò in azionista. Come tale fece parte, nel 1945, nel
famigerato Comitato di Liberazione Alta Italia e insieme al comunista Luigi Longo e al socialista Sandro Pertini
decretò l’uccisione di Mussolini. Poi divenne granduomo nazionale, il compare Pertini
lo fece senatore a vita e Giulio Andreotti lo ha
sistemato fra i “nonni della repubblica”. Democratico onore al merito. Però il
suo nome non figura nel “Giardino dei Giusti” di Gerusalemme.
(Franco Monaco)
(Documenti Italia 30 ottobre 2006)